La fabbrica dei corpi: di magrezza e nostalgie politiche
perché la stampa anche più progressista tratta il tema del corpo come una tendenza invece di trattarlo come un argomento politico?
C’è una particolare forma di nostalgia che attraversa in questi mesi il discorso sul corpo femminile. Si ricordano gli anni Novanta come un’epoca nella quale le donne erano più magre, i vestiti cadevano meglio, le modelle avevano corpi più sottili, le attrici sembravano meno costruite e l’ideale della bellezza possedeva una maggiore coerenza. A questa nostalgia si accompagna oggi la sensazione che quel modello stia tornando, sottintendendo che se ne sia andato a un certo punto. Le immagini delle celebrità, l’estetica della moda, la circolazione sui social di corpi sempre più sottili e la diffusione dei farmaci per la perdita di peso vengono riuniti dentro la stessa narrazione che suona più o meno così: dopo una parentesi di celebrazione della diversità corporea, la cultura occidentale starebbe tornando alla magrezza.
Questa è la Fabbrica dei Corpi, una rubrica di Bolena che si occupa di.. indovina.
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È una lettura che ha una sua evidenza. L’ultimo numero de L’Espresso, uscito il 7 agosto 2026 con il titolo «Magri per forza», costruisce proprio intorno a questa trasformazione il proprio racconto del presente, mettendo in relazione il ritorno dell’ideale magro con i farmaci per dimagrire, gli algoritmi e la crisi della body positivity. In un altro articolo dello stesso numero, dedicato alla crescita dell’uso di semaglutide e farmaci analoghi, il settimanale osserva inoltre che la spesa per questi prodotti continua a crescere mentre le condizioni alle quali vengono associati restano oggetto di un dibattito medico complesso, non fanno riferimento alla questione di classe e di accessibilità al farmaco (l’unico argomento realmente valido di fronte a queste medicine), quanto a ipotetici futuri orrorifici in cui i corpi femminili saranno tutti magri e allora questa magrezza trasformata in valore morale chissà da cosa verrà sostituita. Altre, in passato, si son pure spaventate perché dopo una vita intera a dieta arrivano questi farmaci e non fanno sudare, sacrificare, mezzo ammazzare quelle persone grasse che uso per sentirmi superiore? EH NO, SIGNORE MIE, COL CAZZO. (Mi permetto di ironizzare perché 1) ne ho pieni i coglioni di ripetere sempre le stesse identiche cose da quando mi occupo di grassofobia 2) detesto il modo cheap con cui viene evangelizzata la grassofobia da persone che l’hanno imparata dai canva 3) ho scritto già una Bolena sul tema, recuperatela).
Mi interessa moltissimo mettere in discussione (mettere in discussione significa aprire una conversazione in cui possiamo non essere d’accordo senza odiarci o provare rancore, lo specifico perché ultimamente WOW EH) questa cornice perché credo che dietro al fatto che non esista nessun ritorno della magrezza, perché un ritorno presuppone che se ne sia andata, e al fatto che la stampa se vuole occuparsi della trasformazione dei corpi abbia urgente bisogno di avvalersi di esperti ma banalmente studiare le basi, ci sia un problema molto più insidioso che per me parte dalla domanda perché continuiamo a raccontare la storia politica dei corpi come una storia di trend, tendenze e cose di superficie che mutano quando le norme sono sempre le stesse almeno dal mito di Medusa?
Magro, poi curvy, poi fit, poi di nuovo magro, poi heorin chic, poi plus size, poi kardashian boot, poi androgino. Il corpo femminile sembra attraversare la cultura occidentale come un capo d’abbigliamento stagionale, mentre noi osserviamo il cambiamento delle silhouette e cerchiamo di capire quale sia la forma dominante in quel momento. Questa rappresentazione rende il fenomeno facilmente riconoscibile, ma proprio per questo rischia di semplificarlo. Una moda cambia perché cambiano i gusti, i mercati (soprattutto i mercati), le immagini e i desideri. La grassofobia appartiene invece a un ordine diverso perché riguarda il modo in cui una società distribuisce valore ai corpi sulla base del peso, stabilisce quali corpi siano rispettabili, desiderabili, sani, disciplinati e quali debbano essere corretti nella migliore delle ipotesi, estromessi nella maggior parte dei casi. Per questo la grassofobia non è una roba che ci siamo inventate, ma una discriminazione sistemica perché incide in tutti gli ambiti vitali di cui quello estetico è la punta dell’iceberg.
Il corpo, in altre parole, può essere attraversato dalle mode senza essere riducibile alla moda. Questa distinzione è importante perché ci permette di comprendere una contraddizione che altrimenti rischiamo di non vedere. Possiamo assistere alla celebrazione pubblica del corpo plus size e contemporaneamente alla persistenza della discriminazione nei confronti delle persone grasse. Possiamo vedere modelle over46 sulle copertine e trovare ancora ambulatori nei quali il peso diventa una spiegazione universale di sintomi molto diversi. Possiamo avere campagne pubblicitarie costruite intorno all’accettazione del corpo e vivere in una cultura nella quale dimagrire continua a essere interpretato come un miglioramento morale. Possiamo perfino attraversare una fase nella quale la magrezza non viene dichiarata apertamente come ideale e scoprire, quando l’estetica cambia nuovamente, che la gerarchia non era mai scomparsa. È questa la differenza fra la storia di un ideale estetico e la storia di una norma che agisce per esclusione sistemica.
Il corpo è prima di tutto un luogo politico
Quando Susan Bordo pubblica Unbearable Weight: Feminism, Western Culture, and the Body nel 1993, mette a disposizione del femminismo uno degli strumenti più efficaci per comprendere questo problema. La sua tesi fondamentale è che il corpo non sia un oggetto separato dalla cultura, una materia biologica sulla quale successivamente vengono applicati significati sociali, ma è uno dei luoghi attraverso i quali la cultura stessa prende forma. Nel linguaggio di Bordo, il corpo è un «medium of culture», attraverso di esso diventano leggibili le aspettative di un’epoca, le sue paure, le sue contraddizioni e le sue idee sulla femminilità.
La conseguenza è importante. Se osserviamo un corpo magro e diciamo semplicemente che appartiene a un’epoca nella quale la magrezza era di moda, ci stiamo perdendo il pezzo che conta. Dobbiamo chiederci perché quella forma particolare fosse capace di rappresentare così bene l’idea di una donna desiderabile. Dobbiamo osservare quali pratiche fossero necessarie per produrla, quali istituzioni la legittimassero, quali industrie traessero profitto dalla sua diffusione e quali corpi, al contrario, venissero esclusi dalla rappresentazione. È questo passaggio qui che si perde quando diciamo che «negli anni Novanta le donne erano magre» perché le donne degli anni Novanta non erano semplicemente magre. Dovremmo invece dire che alcune donne molto visibili negli anni Novanta incarnavano un modello di magrezza che era diventato particolarmente potente nel sistema della moda, della pubblicità e dell’intrattenimento. Badate bene, la storia dell’immagine non coincide con la storia demografica dei corpi. Le fotografie delle modelle non ci dicono quanto fossero magre le donne di una società, ci dicono solo quali corpi quella società aveva deciso di mostrare come rappresentativi della bellezza e dunque come modelli aspirazionali per chi comprava le riviste, poi le creme, poi i vestiti e tutto a catena in un’industry della Bellezza di cui non servo io a parlare se abbiamo già Naomi Wolf.
È un errore che facciamo continuamente anche quando parliamo di altre epoche. Confondiamo ciò che viene rappresentato con ciò che esiste. Guardiamo un archivio di immagini e lo trattiamo come se fosse rappresentativo dell’intera popolazione mondiale (con tutta una serie di problematiche anche etnocentriche e di classe che non sto qua ad approfondire perché vorrei, per una volta, fosse una Bolena veloce). La nostalgia per gli anni Novanta funziona anche attraverso questo meccanismo. Ricordiamo Kate Moss, le campagne Calvin Klein, le passerelle, le fotografie patinate, le attrici estremamente sottili, e da questo insieme di immagini ricaviamo la sensazione che «allora» il corpo femminile fosse diverso. In realtà è cambiata soprattutto la sua rappresentazione, e quella rappresentazione aveva già selezionato ciò che valeva la pena mostrare nell’epoca successiva per mantenere il controllo e la sorveglianza sui corpi.
La magrezza deve essere raccontata come condizione naturale del corpo
Uno degli aspetti più interessanti dell’ideale corporeo degli anni Novanta è proprio il rapporto fra disciplina e naturalità. Il corpo desiderabile doveva essere sottile, ma non doveva sembrare il risultato di una continua attività di controllo. La donna magra doveva apparire come se fosse nata così perché la natura l’aveva dotata del corpo migliore possibile. La dieta, l’esercizio, il conteggio delle calorie, la selezione degli abiti, l’ansia per il peso e il lavoro quotidiano necessario a mantenere quella forma dovevano scomparire dall’immagine finale.
Ho chiesto a Jennifer Guerra, giornalista scrittrice e teorica femminista di intervenire nella conversazione:
prosegue Guerra:
Un ideale corporeo diventa particolarmente potente quando riesce a trasformare una pratica sociale in una caratteristica apparentemente naturale. Se la magrezza viene interpretata come un dato individuale, la distanza fra chi possiede quel corpo e chi non lo possiede può essere spiegata attraverso categorie apparentemente neutre, per esempio attribuendo merito alla genetica, al metabolismo, alla forza di volontà e alle abitudini. In questo modo una norma sociale diventa una qualità personale e la sua riproduzione può essere affidata alla responsabilità dell’individuo. Sandra Lee Bartky ha descritto questo processo con grande precisione nel saggio «Foucault, Femininity, and the Modernization of Patriarchal Power», pubblicato nel 1990 in Femininity and Domination. Bartky riprende la nozione foucaultiana di disciplina e la porta dentro l’esperienza della femminilità. Spiega, Bartky, che il potere non ha bisogno di essere esercitato continuamente da un’autorità riconoscibile, perché può essere incorporato nelle pratiche attraverso cui una donna osserva e corregge il proprio corpo. La disciplina diventa così «dispersed and anonymous», diffusa e anonima; non appartiene a una singola persona, perché viene esercitata contemporaneamente da una moltitudine di sguardi e, soprattutto, interiorizzata dalla persona stessa. Bartky arriva a descrivere la donna che controlla continuamente il proprio aspetto come un soggetto che ha interiorizzato la sorveglianza. Il corpo diventa qualcosa da ispezionare, correggere, tenere sotto controllo. In questo senso, il disciplinatore è contemporaneamente presente e assente, non c’è bisogno di un sorvegliante perché la sorveglianza sia efficace. Questa teoria permette di leggere gli anni Novanta in maniera molto diversa dalla semplice nostalgia estetica. La magrezza di quell’epoca era il risultato visibile di una cultura nella quale il corpo femminile era già diventato un progetto di manutenzione permanente.
Ho chiesto a Giuliana Matarrese, bravissima giornalista di moda, di darmi la sua opinione sul tema.
E qui si apre una questione che riguarda anche il presente. Quando diciamo che «è tornata la magrezza», rischiamo di immaginare che sia tornata soltanto una forma. In realtà ciò che può tornare è un particolare modo di attribuire significato alla forma, cioè di intendere la magrezza come prova di autocontrollo, come segnale di salute, come indicatore di desiderabilità, come promessa di successo sociale. Ma siamo davvero sicure che sia mai andata via questa pratica di controllo e sorveglianza sui corpi comuni?
Dalla magrezza alla Body Positivity e ritorno
Per comprendere il problema occorre allora tornare di nuovo sulla cosiddetta stagione della body positivity e del suo ipotetico fallimento. Come anticipavo il 27 marzo (non per chiaroveggenza, ma per semplice formazione accademica storica e antropologica che nei pattern trova la sua strada) questo passaggio storico è se non altro interessante - oltre che una notte buia piena di terrore - perché ci permette di distingue la body positivity da passeggio dalla genealogia politica della fat liberation. Senza riscrivere quanto già detto, quando oggi diciamo che la body positivity «è finita», spesso stiamo parlando della sua versione commerciale. Parliamo della quantità di modelle plus size presenti nelle campagne, della frequenza con cui i marchi utilizzano parole come inclusività e diversità, del modo in cui Instagram ha trasformato l’accettazione del corpo in un genere di contenuto. È legittimo interrogare tutto questo. Anzi, io penso non esista momento migliore per fermarsi un secondo, aprire la conversazione e capire davvero di cosa si sta parlando, ma non possiamo utilizzare la trasformazione del linguaggio pubblicitario in evidenza politica. Banalmente perché un movimento politico non coincide con la sua rappresentazione commerciale.
Trovo molto interessante che dal discorso sul corpo vengano estromesse le persone che lavorano e cercano di lavorare in modi diversi nell’Industry della Bellezza. Per questo ho chiesto a Cristina Fogazzi, Ceo di Veralab, di parlarmene “dall’interno”:
Come potete sentire, il mercato ha una straordinaria capacità di trasformare una rivendicazione collettiva in una promessa individuale. La fat acceptance dice infatti il problema non è il mio corpo, ma la struttura sociale che discrimina quel corpo. La versione commerciale della body positivity può trasformare questa affermazione in devi imparare ad amare il tuo corpo. Non mi pare una differenza secondaria, nel primo caso si mette in discussione una struttura sociale. Nel secondo si trasferisce la responsabilità sull’individuo. Se soffri perché il tuo corpo viene stigmatizzato, devi lavorare sulla tua autostima, se non ti senti rappresentata, devi imparare ad amarti, se il tuo corpo non entra nei vestiti, devi cercare un marchio più inclusivo, e tutto questo mentre il mondo fuori resta identico e non fa nessun passo verso il cambiamento (famosa fu la litigata che ebbi col direttore (maschio) di noto settimanale di moda quando mi disse che la colpa del fallimento della body positivity in passerella era dei corpi grassi che non stavano bene vestiti). Quello che cambia è solo il rapporto psicologico che l’individuo deve avere con se stesso sulla base delle esigenze normative del momento.
Questa è una delle ragioni per cui 1) detesto la Body Positivy 2) la commercializzazione della body positivity può essere contemporaneamente progressista e depoliticizzante. Ha contribuito a rendere visibili corpi che per molto tempo erano stati esclusi dalla rappresentazione, ma allo stesso tempo ha trasformato una questione di diritti in una questione di sentimenti. Imperdonabile.
Il problema della rappresentazione e della rappresentanza
Dove ci vuole portare Giulia Paganelli con tutto questo ragionamento che aveva detto essere corto e invece non lo è? Ci porta qui, a un’altra distinzione nel caso fossero poche da tenere a mente: rappresentazione e trasformazione materiale non sono la stessa cosa. La rappresentazione conta, sarebbe assurdo negarlo. Le immagini attraverso cui una società vede i propri corpi contribuiscono a stabilire ciò che appare normale. Ma la presenza di un corpo in un’immagine pubblicitaria non dimostra che quel corpo abbia acquisito lo stesso valore sociale degli altri. Una campagna può rappresentare una donna grassa senza mettere in discussione la gerarchia che rende quel corpo meno desiderabile e interrompere la discriminazione sistemica che vive anche dopo.
Ma fuori dall’immagine cosa accade? Che cosa succede negli studi medici? Nel mercato del lavoro? Nei trasporti? Nell’abbigliamento? Nelle relazioni sentimentali? Negli spazi pubblici? Quali corpi vengono considerati immediatamente plausibili e quali richiedono una spiegazione?
È in questo passaggio che il concetto di grassofobia diventa più preciso. Non riguarda soltanto il fatto che qualcuno possa dire a una persona grassa che è brutta. Riguarda l’insieme delle pratiche attraverso cui la grassezza viene trasformata in uno svantaggio sociale.
A questo punto diventa necessario complicare ulteriormente la genealogia, perché parlare della magrezza come norma occidentale senza parlare della sua dimensione razziale rischia di produrre un’altra semplificazione. Sabrina Strings, in Fearing the Black Body: The Racial Origins of Fat Phobia (2019), ricostruisce una genealogia nella quale la stigmatizzazione della grassezza non viene fatta risalire semplicemente alla scoperta moderna dei rischi sanitari della grassezza. Strings mostra come le idee occidentali sulla grassezza siano state intrecciate, nel corso della modernità, con la costruzione razziale del corpo nero, con il colonialismo, con la cultura protestante e con la classificazione gerarchica dei corpi. La sua tesi è che l’ideale contemporaneo della snellezza sia stato storicamente racializzato e che la medicina abbia successivamente incorporato e riformulato pregiudizi che avevano già una lunga storia culturale. Non significa sostenere che ogni giudizio negativo sulla grassezza sia semplicemente razzista, né che la medicina contemporanea sia riducibile al razzismo. Significa riconoscere che la nostra idea di corpo «normale» non è stata prodotta in uno spazio neutro e che le categorie attraverso cui distinguiamo salute, bellezza, disciplina e devianza hanno una storia. Sono state costruite attraverso immagini, testi religiosi, discorsi scientifici, classificazioni razziali, pratiche coloniali e istituzioni moderne. Questo rende particolarmente problematica la nostalgia per una presunta magrezza «naturale» degli anni Novanta. La storia che raccontiamo come semplice estetica è attraversata da una genealogia molto più lunga e cupa.
Il corpo come progetto politico infinito
Uno degli aspetti che l’Industry della Bellezza nasconde è che il corpo contemporaneo non potrà mai arrivare alla propria forma definitiva. Quando diciamo che un certo corpo è «tornato di moda», immaginiamo un cambiamento dell’ideale. Ma possiamo anche leggere il fenomeno come una trasformazione delle tecnologie attraverso cui l’individuo viene invitato a conformarsi.
Il lavoro corporeo è diventato una componente ordinaria della femminilità contemporanea. E più gli strumenti diventano sofisticati, più diventa difficile riconoscerlo come lavoro. La chirurgia estetica viene descritta come cura di sé, il fitness come benessere, la dieta come salute, il farmaco come trattamento. Ciascuna di queste pratiche può avere una propria legittimità individuale e contemporaneamente essere inserita in una cultura nella quale il corpo femminile è sottoposto a una pressione permanente.
Non c’è contraddizione nel riconoscere entrambe le cose.
È qui che torno a L’Espresso e alla domanda da cui sono partita. La stampa progressista ha spesso gli strumenti per riconoscere il problema della grassofobia. Sa parlare di body positivity, di algoritmi, di industria della dieta, di farmaci per dimagrire. Può persino mostrare la contraddizione fra la celebrazione della diversità corporea e il ritorno alla magrezza. Eppure rimane spesso dentro una grammatica che appartiene al giornalismo di costume.
Mi chiedo perché questa grammatica è così resistente? La prima cosa che mi viene in mente è che una ragione sia che raccontare il corpo come tendenza rende la storia immediatamente leggibile. La cultura visuale produce immagini, le immagini producono mode, le mode producono mercati e i mercati producono nuove immagini. È un circuito perfettamente narrabile. Al contrario, raccontare il corpo come campo di potere è molto più difficile perché prima di tutto scomoda il lettore e la lettrice a mettersi in discussione nei comportamenti e nello sguardo. Significa, poi, parlare di classe sociale, razzializzazione, medicina, lavoro, accessibilità, mercato, genere, sessualità. Significa mettere in relazione il corpo rappresentato sulla copertina di una rivista con quello che entra nello studio di un medico, oppure con quello che cerca lavoro, con quello che compra vestiti, con quello che viene desiderato e con quello che viene educato a desiderarsi. A volta significa anche rinunciare alla rassicurazione offerta dalla moda, perché se la magrezza è una tendenza, allora passerà. Così come passeranno la body positivity, le modelle plus size, i boot-kardashian. Basta aspettare, no, il prossimo ciclo. Ma se la questione riguarda il modo in cui una società attribuisce valore ai corpi sulla base del loro peso, allora ci stiamo facendo le domande sbagliate perché tra i corpi nessuno vince, eppure qualcuno ci guadagna.
Forse dovremmo semplicemente smettere di parlare di grassezza e magrezza se intendiamo polarizzarle e non metterle in crisi. Non perché sia falso eh, sono sicuramente corpi antagonisti tra loro, ma osservare una nuova centralità della magrezza in alcuni settori della cultura contemporanea senza rendere complesso quel ritorno, fa si che non si metta mai in discussione il privilegio e la catena di conseguenze che questa cosa ha su entrambi i corpi.
Questo è molto diverso dalla scomparsa della norma. La norma può perdere centralità simbolica senza perdere il proprio potere materiale, può tornare a essere esplicita quando cambiano le condizioni culturali e politiche (pensate al ritorno delle destre conservatrici concomitante con il trend delle tradwife). In parte questo è ciò che rende la nostalgia particolarmente interessante. Quando qualcuno dice che «negli anni Novanta le donne erano più belle», spesso non sta facendo una dichiarazione politica consapevole. Sta esprimendo un gusto, che è quasi una memoria indotta, un’associazione estetica fallace perché quel gusto non nasce nel vuoto, ma è stato formato dentro un sistema di rappresentazione che ha attribuito a determinati corpi una visibilità e un valore maggiori.
E allora forse la domanda da fare davanti alla prossima fotografia, alla prossima copertina, alla prossima celebrità dimagrita, alla prossima pubblicità che promette un corpo migliore può essere: perché continuiamo ad averne bisogno?Perché continuiamo a costruire una femminilità nella quale il corpo deve testimoniare disciplina, salute, desiderabilità, successo, controllo? E soprattutto perché continuiamo a raccontare questa storia come se fosse una storia di mode?
Il corpo non torna di moda. Torna, piuttosto, la possibilità di leggerlo con alfabeti passati per metterlo alla prova. Siamo ancora disciplinate come trent’anni fa? Sane (qualsiasi cosa voglia dire)? Abbiamo avuto successo? Siamo riuscite a controllarci? È questo il punto nel quale la nostalgia diventa politica, quando rimpiangiamo la società nella quale quel corpo continua a funzionare come prova di valore. E forse il compito di una critica femminista del corpo non dovrebbe essere quello di insegnarci ad amare la nostra nuova forma, ma permetterci, finalmente, di avere un corpo che non debba dimostrare nulla.





Grazie mille per questo articolo.
Mi piace pensare che «permetterci di avere, finalmente, un corpo che non debba dimostrare nulla» non sia soltanto un compito del femminismo, ma soprattutto della società. Di una società che deve cambiare.
Perché forse è proprio questo il punto: riuscire a guardare il corpo di una donna per quello che è — un corpo che vive, cambia, invecchia, a volte genera vita — senza che debba continuamente dimostrare di essere ancora e sempre desiderabile. Temo che la società avrà sempre bisogno di controllare questa narrazione.
Ma vivo per vedere il giorno in cui smetteremo di leggere “come è invecchiata bene” o “ha perso subito i chili della gravidanza” e cominceremo ad associare il valore di una donna alla sua professionalità, al suo pensiero critico o, banalmente, al suo essere umana, anziché al suo essere oggetto del desiderio.
Spero che quel giorno arriverà.
Purtroppo gli interventi di Cristina Fogazzi si sentono in disordine, non si riesce a sentirli dal primo all'ultimo