Witches.
Margaret Murray, un documentario, i fantasmi del mio Natale e i falsi storici.
Ciao,
questa è Bolena, una newsletter poco gentile e senza fretta che parla di corpi e femminismi. Oggi parliamo di streghe, di narrazioni piegate al nostro volere, della parole che non abbiamo mai detto e dei falsi storici che ci fanno stare meglio o, peggio, ci danno ragione anche non l’abbiamo.
Grazie,
G.
Nel 1921 Margaret Murray, da lì a poco notissima antropologa, pubblica il saggio The Witch-Cult in Western Europe sfruttando la momentanea curiosità per il folklore suscitata da Il Ramo d’Oro di Frazer 1. Nel testo, Murray teorizza che le accuse mosse alle donne in quanto streghe avessero la loro base di verità in un culto pagano femminile, carbonaro, che adorava Giano, il dio cornuto con due facce. Il culto secondo Murray veniva protetto e promosso da una popolazione indigena caratterizzata dalla bassa statura - motivo per cui nei territori delle streghe ci sono molte leggende su gnomi e fate - e trasmessi alle donne prescelte per essere allieve. Aggiunge, poi, che per poter portare avanti questa pratica religiosa, le donne erano solite riunirsi in riunioni presiedute dal dio. Queste congreghe, quelli che oggi identifichiamo come coven, erano composti da tredici membri e avevano frequenza settimanale, mentre gli incontri più grandi erano identificati come Sabbat. La struttura era così potente da imporsi come nemico della Chiesa Cattolica, per questo la persecuzione della prima modernità è da intendersi come una guerra a un rivale.
Margaret Murray aveva preso alcune teorie sparse tra Karl Jarcke, Jules Michelet e Franz Mone e aveva provato a piegarle al lavoro di Frazer, creando forzatamente una corona di miti a spiegazione naturalistica e rituale delle leggende e dei documenti storici che aveva potuto studiare. In particolare, utilizza la trascrizione - questo ricordatevelo - di Isobel Gowdie accusata di aver mandato a marcire il raccolto con un incantesimo2, aggiungendo che sia gli accusatori che le donne accusate non avevano capito che gli incantesimi non potevano avere una forma maligna, ma che affondavano le mani nella tradizione divinatoria bianca a contatto con la natura. Murray teorizza per la prima volta la divisione in magia bianca e magia nera, le congreghe, l’utilizzo di feticci e la trasmissione di un culto, teorie che secondo Murray riescono a spiegare quasi al millimetro le dicerie, le voci, le leggende ma anche buona parte delle testimonianze raccolte e trascritte negli atti. Costruisce mondi deducendo dalle carte i pezzi mancanti - anche questo ricordatelo - come l’episteme3 di Foucault.
Il lavoro di Murray, però, è un falso storico perché si è inventata tutte le connessioni, le prove e le verità alla base del suo saggio. Alan Macfarlane4, a cui dobbiamo il più approfondito studio sulle streghe dell’Essex, afferma che Murray ha preso i riferimenti del foklore europeo più suggestivi e acquisiti, eludendoli dal loro contesto di riferimento, e li ha mischiati insieme senza alcun metodo storico, Keith Thomas5 dirà che anche a livello antropologico il lavoro di Murray non presenta alcun metodo etnografico, ma solo una riuscita orchestrazione di ciò che lei voleva trovare, collegare e dire6.
Tre fantasmi fanno visita a Margaret Murray mentre scrive il suo saggio. Sono le ombre che, imperiture, utilizziamo ancora oggi per decifrare parte della realtà e filtrarla prima di avvicinarci troppo: il fantasma del mondo sommerso, il fantasma del mondo emerso e il fantasma del mondo mostrato. Riguarda la storia delle donne, ma anche quella delle parole che non abbiamo mai detto e che ci vengono attribuite oppure quelle che non abbiamo trovato e allora inventiamo per colmare i buchi e avere ragione.
Il fantasma del mondo sommerso
Quando parliamo di “caccia alle streghe” facciamo riferimento a un’azione svolta in uno specifico lasso di tempo che a seconda dell’orientamento storiografico ha indossato diverse interpretazioni e promosso altrettante analisi. Alcune delle letture fatte prima dell’ingresso dei gender studies e dei femminismi nella mura universitarie sono parziali e metodologicamente scorrette, come quella di Margaret Murray, ma non sono sbagliate del tutto alla luce di quanto abbiamo scoperto dopo. L’aggregazione femminile in specifici spazi sociali è una conseguenza del sistema patriarcale, non una decisione spontanea. Le donne condividono gli spazi per alcune ragioni, la prima è che inevitabilmente si ritrovano negli stessi essendo pochissimi quelli che possono abitare. La seconda è che le arti femminili non entrano all’interno nel pantheon delle discipline “teoriche” per cui la loro trasmissione prevede solo pratica e quella non si può fare da sole. La terza è che se le donne sono tutte nello stesso luogo, per la società - intesa come comunità, villaggio, struttura di potere - è molto più facile controllarle7. Quello che tendiamo a non dire quando parliamo di stregoneria, di caccia alle streghe e di donne accusate di stregoneria è che loro nella storia non ci sono. Non abbiamo delle deposizioni spontanee e dirette, perché da un lato le donne accusate non parlavano latino e venivano tradotte spesso dagli stessi inquisitori durante gli interrogatori (con tanto di libera interpretazione, come nel famoso caso delle streghe di Copenaghen rimasto esemplare per la creazione a tavolino del tema del Sabbat), dall’altro perché nel 1484 Papa Innocenzo VIII con la bolla Summis desiderantes affectibus permetteva a Institor Kramer e Sprenger di estirpare la stregoneria nella Germania Settentrionale, conferendo ai tribunali inquisitoriali il potere di usare ogni mezzo necessario per estirpare l’eresia. La tortura, intesa come vessazione del corpo allo scopo di ottenere una confessione, era materia controversa sin dal 1252 con la Ad extirpanda di Innocenzo IV. Tendenzialmente la chiesa cattolica non poteva autorizzare direttamente l’utilizzo della tortura come forma di potere e coercizione perché andava contro la base dogmatica della dottrina di Cristo. Ma Innocenzo VIII trova una strada: la tortura cambia, semplicemente, nome e funzione quando pochi anni dopo nel 1487 col Malleus Maleficarum proprio di Institor Kramer e Sprenger diventa un metodo ufficiale per agevolare la confessione del maligno.
Ci ritroviamo, dunque, con una storia sotto al tappeto che non parla di passionali rivoluzionarie, donne potenti e speciali forme di aggregazione-trasmissione di un complesso sistema simbolico, ma di corpi femminili incastrati in una quotidianità che a un certo punto diventa fondamentale tenere a bada e preservare identica a se stessa per garantire da un lato il vantaggio economico offerto dal lavoro di cura non retribuito e preservare dall’altro il potere patriarcale del sapere, eliminando le figure che “sapevano un mestiere” e rischiavano di pretendere un riconoscimento. In modo più semplice: la storia delle donne accusate di stregoneria è la storia del femminicidio legalizzato più grande della nostra memoria.
Il fantasma del mondo emerso
Nel documentario Witches che trovate su Mubi Italia, il fantasma del mondo sommerso tace. O meglio, viene messo a tacere dalla tesi della regista che manipola, piega e taglia le informazioni per supportare il suo argomento iniziale:
ho sofferto di psicosi perinatale e mi sono trasformata in un mostro, ma anche molte donne accusate di stregoneria, considerato quanto hanno espresso nelle loro testimonianze, potevano essere vittima di psicosi perinatale, quindi mi sento meno sola con la mia congrega.
Ho pensato molto al documentario e al modo in cui, ancora una volta, le donne accusate di stregoneria vengono tradotte e silenziate al tempo stesso per soddisfare le nostre fantasie. Ho pensato anche che un falso storico può essere un caso, due diventano un metodo. Ma anche che non sempre un falso storico racconta qualcosa di falso in modo assoluto, spesso racconta qualcosa di falso secondo i dati che abbiamo. Infine che difficilmente potrei condividere un’argomentazione che produce diagnosi psichiatriche a occhio, sapendo cosa significa venire sommersa da diagnosi fatte a caso da tutta la vita.
Il fantasma del mondo emerso ha una funzione protettrice: taglia i frame del mondo che possiamo sopportare e li monta nella nostra storia, perché nessuno organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà8. Accade quando diventiamo intermediari delle storie del mondo e ce ne facciamo carico. Il fantasma del mondo emerso ci fornisce l’illusione di poter decidere cosa inserire nella nostra cornice e cosa estromettere, ma in verità molto lavoro viene fatto dai bias che indossiamo e il resto da come ci fa sentire quello che produciamo. Perché non esiste cosa peggiora del vedere reale e immaginato coincidere, creando qualcosa che non siamo mai pronte a dirci: nulla è andato secondo le nostre regole.
Quando sono stata in Nord Moravia questa cosa mi ha spaccata in tante parti, ma questa è un’altra storia e la potete trovare qui.
Il fantasma del mondo mostrato
Sulla superficie emersa del mondo vaghiamo in cerca di pezzi da mettere insieme abbastanza bene da poterli mostrare ad altre persone e ottenere consenso. Quello che buttiamo fuori da noi è un accurato racconto cesellato in ogni sua parte che ha lo scopo di mostrarci come vogliamo essere e di ricevere quello che pensiamo di meritarci. Qui arriva il fantasma del mondo mostrato in nostro soccorso.
La prima cosa da fare è sincerarci di essere le streghe buone, ma non quelle troppo buone per non rischiare di sembrare sceme. Poi, dobbiamo nascondere l’ambizione di essere Le Prescelte e mascherare la nostra dottrina da ricerca collettiva della verità. Infine, possiamo proiettare la nostra storia.
Mi chiedo: ha senso cercare di collegare il presente a un falso storico per validare la mia storia? Ancora, è giusto farlo nei confronti delle donne morte? La mia esperienza è meno valida se non trovo un corrispettivo passato a consolidarla come comune, collettiva, condivisa? Forse possiamo usare il nostro tempo per comprendere il flusso storico e scardinare le assi del pavimento, per guardarci sotto? Quello che ci mostra il fantasma del mondo mostrato è l’esigenza di spiegare quello che non vediamo, come hanno fatto Murray nel suo saggio e Sankey nel suo documentario, di avere una ragione riconosciuta all’esterno e di guadagnare potere attraverso il nostro patchwork. Passiamo le nostre giornate a copiare/incollare storie altrui per costruire una nostra versione dei fatti in contrapposizione quando vogliamo dissarle, in continuità quando ci sentiamo sole, appropriandoci dei particolari quando vogliamo sedere sul trono. Il fantasma del mondo mostrato - che sia offline oppure online è solo una questione generazionale - ha il compito di costruirci una stanza tutta per noi, in cui facciamo entrare solo quello che è funzionale alla nostra narrazione. Per questo le donne accusate di stregoneria diventano le trisavole di altre donne che bruciano reggiseni in piazza o simboli inventati di un’alternativa alla composizione tradizionale. Ci fa male pensare che non ci sia niente di rivoluzionario in queste persone, perché noi vogliamo essere speciali. Ci fa male pensare che a nessuna di loro è mai venuto in mente di sfondare la struttura di potere, ma che la maggior parte era sottomessa alla necessità della comunità che nella conoscenza pratica di una sola affidava la sopravvivenza del villaggio, perché noi vogliamo sfondarla. Ci fa male sentirci dire che le congreghe sono la trasposizione romanzata di un semplice spazio di controllo, perché noi amiamo le famiglie queer. Così come ci fa male sedere davanti ai documenti storici, scoprire la noia come tratto fondamentale della ricerca e non trovare per giunta riscontro alla nostra idea.
Ci siamo sempre noi, alla fine, sul bordo di questa pagina e anche noi, come Murray, Sankey e le nipoti delle streghe bruciate, non impariamo mai a stare in silenzio per ascoltare il sangue e piangere i nostri morti.
Ne Il Ramo d’Oro, James Frazer analizza come l’umanità abbia cercato di spiegare e controllare il mondo attraverso una progressione di credenze: inizialmente con la magia, basata sull’idea che si potesse influenzare la natura imitando o simbolizzando i suoi processi; successivamente con la religione, quando si è cominciato a invocare forze divine o soprannaturali attraverso rituali e culti per ottenere protezione o favori; infine con la scienza, che rappresenta un approccio razionale e sperimentale alla comprensione della realtà, superando le spiegazioni magiche e religiose. Frazer utilizza miti e rituali di culture di tutto il mondo per illustrare questa evoluzione del pensiero umano. Il titolo si riferisce a un mito antico, quello del "re sacerdote" del bosco di Nemi, il cui potere era legato a un ramo sacro: un simbolo che racchiude il legame tra magia, religione e autorità rituale. Pur essendo stato criticato per le sue generalizzazioni, Il Ramo d’Oro è un’opera fondamentale per comprendere come gli esseri umani abbiano cercato di dare un senso all’ignoto e al rapporto con le forze naturali e sovrannaturali.
Isobel Gowdie è una figura storica associata ai processi per stregoneria avvenuti in Scozia nel XVII secolo. È particolarmente famosa per le sue confessioni dettagliate, rese nel 1662 durante un processo nella regione delle Highlands, a Nairnshire. Le sue dichiarazioni sono considerate una delle testimonianze più ricche e vivide mai registrate su presunte pratiche di stregoneria e hanno ispirato studi e leggende sul fenomeno delle streghe. Isobel raccontò di avere stretto un patto con il diavolo, descritto come un uomo scuro e intimidatorio, e di appartenere a una congrega di streghe. Confessò di praticare magia per scopi vari, come arrecare danno ai raccolti, trasformarsi in animali (particolarmente in corvi e lepri) e lanciare maledizioni. Le sue confessioni contenevano anche riferimenti a incantesimi e rituali che sembravano un misto di tradizione popolare e invenzione, come i dettagli su viaggi fantastici e incontri soprannaturali. Quello che rende Isobel Gowdie unica è la spontaneità delle sue confessioni, non attribuite a torture, e la ricchezza narrativa con cui descrisse il mondo magico. Questo ha portato alcuni studiosi a ipotizzare che fosse una donna dotata di immaginazione e cultura folclorica, oppure che soffrisse di disturbi mentali o di una forte pressione sociale. Le sue confessioni, tuttavia, riflettono anche la paura collettiva di un’epoca segnata dall’ossessione per le streghe e dalla repressione religiosa. Non si conoscono i dettagli precisi del suo destino, ma si presume che sia stata giustiziata, come molte donne accusate di stregoneria in quel periodo. Oggi, Isobel Gowdie è diventata un simbolo della complessità storica e culturale che circonda la caccia alle streghe, nonché un’icona del folklore e della magia nelle Highlands scozzesi.
L'episteme, secondo Michel Foucault, è il quadro mentale e culturale che definisce ciò che è considerato "vero" e accettabile in una determinata epoca storica. È come una rete invisibile che influenza il modo in cui le persone pensano, parlano e agiscono, guidando la produzione di conoscenza e il funzionamento delle istituzioni. Non è un insieme di regole rigide o un dogma esplicito, ma piuttosto un sistema implicito e condiviso che organizza il sapere. Cambia nel tempo: ciò che è ritenuto valido o razionale in una società può non esserlo in un’altra, perché ogni epoca ha il suo episteme unico. Per Foucault, studiare l'episteme di un'epoca significa analizzare come si formano e si trasformano le idee e i discorsi, mostrando che ciò che diamo per scontato come "vero" è in realtà il risultato di un contesto storico specifico.
A. Macfarlane, Witchcraft in Tudor and Stuart Englande, 1970
K. Thomas, Religion and the Decline of Magic, 1971
Per una bibliografia storiografica iniziale fare riferimento alla sezione Bibliografie
Mutuiamo qui la sorveglianza dal Panoptikon di Bentham
S. Jackson, Lizzie, Adelphi







Da leggere e rileggere. Grazie, è stato bellissimo riceverla.
Sinceramente: se oggi mi chiedessero di linkare un articolo inerente al femminismo ben scritto, con riferimenti chiari e senza svilire la complessità dell’argomento trattato, sceglierei questo. Infatti, penso proprio di consigliarlo a persone interessate all’ambito. Complimenti, per me non è per nulla scontato.